27 Gennaio 2008
Giornata della Memoria
-Per la realizzazione di questo articolo ho ricavato del materiale dal sito www.ucei.it/giornodellamemoria-
L’obiettivo di questo post è di ricordare le persone che sono state vittime di questo genocidio. Milioni di vittime innocenti che persero la vita per cause prive di fondamento. Oltre 6 Milioni di persone morirono nell’Olocausto… solo il numero mi fa rabbrividire. E pensare che tutto ciò accadeva sotto gli occhi di tutti e che nessuno ha fatto qualcosa per evitarlo è un fatto altresì raccapricciante.
Inizia in Germania questo ODIO innato di carattere illogico nei confronti degli Ebrei, da parte di Adolf Hitler (anche se in realtà ha fondamenti molto lontani ), il quale parte con un’opera di “purificazione” del suo paese, subito cautamente e poi senza alcun ritegno, introducendo leggi razziali, le cosiddette “Leggi di Norimberga”, deportando gli Ebrei nei campi di concentramento, utilizzandoli come cavie umane… e non sto a dire altro, perchè ve ne sarebbero di cose da dire.
Tutto ciò capitò anche in Italia, ad opera del Duce, Benito Mussolini, il quale, per guadagnarsi la simpatia del Furer, non esitò ad introdurre le leggi razziali anche nel nostro paese.
Orrore.
L’Italia ha deciso di istituire il “Giorno della Memoria” il 27 Gennaio, data in cui furono abbattuti i cancelli di Auschwitz con la lgge 20 Luglio 2000, n. 211 che potrete trovare sotto.
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Repubblica Italiana
Legge 20 luglio 2000, n. 211“
Istituzione del “Giorno della Memoria” in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italianinei campi nazisti”pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31 luglio 2000Articolo 1.
1. La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la
persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la
deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e
schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio
della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
Articolo 2.
1. In occasione del “Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1, sono
organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinchè simili eventi non possano mai più accadere.
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_Documenti Storici_
In Italia:
I DECRETI LEGGE
Il 2 settembre 1938, dando seguito alla pubblicazione del Manifesto degli scienziati razzisti, ed ancor prima che il Gran Consiglio del fascismo si pronunciasse nella Dichiarazione sulla razza, il consiglio dei ministri varò le prime norme anti ebraiche, fra cui i provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista (regio decreto-legge 5 settembre 1938, n. 1390). La tempestività della previsione legislativa fu con tutta probabilità dettata dalla volontà di applicare la discriminazione razziale sin dall’imminente inizio del nuovo anno scolastico.
Solo successivamente, il 10 novembre 1938, il Consiglio dei ministri procedette alla complessiva sistemazione legislativa della “questione ebraica”, traducendo sul piano giuridico le direttive emanate dal Gran Consiglio del fascismo. Furono così adottati il regio decreto-legge 17 novembre 1938, n. 1728 (Provvedimenti per la difesa della razza italiana), che può considerarsi il testo base della persecuzione antiebraica, anche perché vi si ritrova la definizione legale dell’”essere ebreo”, ed il regio decreto-legge 15 novembre 1938, n. 1779 (Integrazione e coordinamento in unico testo delle norme già emanate per la difesa della razza nella scuola italiana), in cui si precisavano le misure già in corso di attuazione da parte del Ministero dell’educazione nazionale.
I tre regi decreti-legge citati, che di seguito si riproducono nel testo pubblicato dalla Gazzetta ufficiale del Regno d’Italia, sono fra i più significativi della persecuzione antiebraica iniziata nel 1938, ma non esauriscono la relativa legislazione del regime fascista. un utile riepilogo della sua prima fase è tuttavia reperibile nel repertorio dell’attività della Camera dei deputati nella XXIX legislatura (1934-1939), da cui si riporta il sesto paragrafo del capitolo riguardante la politica interna, appunto dedicato alla Difesa della razza.

GRAN CONSIGLIO DEL FASCISMO
“dichiarazione sui problemi razziali”
Da: Renzo De Felice
STORIA DEGLI EBREI ITALIANI SOTTO IL FASCISMO
prefazione di Delio Cantimori
terza edizione riveduta e ampliata
Giulio Einaudi editore – Arnoldo Mondadori Editore
La dichiarazione approvata Foglio d’ordini del PNF n. 214 del 26 ottobre 1938 (il Foglio d’ordini del PNF, al contrario di altre circostanze, non specifica né all’unanimità, né per acclamazione) fu la seguente:
Il Gran Consiglio del Fascismo, in seguito alla conquista dell’Impero, dichiara l’attualità urgente dei problemi razziali e la necessità di una coscienza razziale. Ricorda che il Fascismo ha svolto da sedici anni e svolge un’attività positiva, diretta al miglioramento quantitativo e qualitativo della razza italiana, miglioramento che potrebbe essere gravemente compromesso, con conseguenze politiche incalcolabili, da incroci e imbastardimenti.
Il problema ebraico non è che l’aspetto metropolitano di un problema di carattere generale.
Il Gran Consiglio del Fascismo stabilisce:
a) il divieto di matrimoni di italiani e italiane con elementi appartenenti alle razze camita, semita e altre razze non ariane;
b) il divieto per i dipendenti dello Stato e di Enti pubblici – personale civile e militare – di contrarre matrimonio con donne straniere di qualsiasi razza;
c) il matrimonio di italiani e italiane con stranieri anche di razze ariane dovrà avere il preventivo consenso del Ministero dell’Interno;
d) dovranno essere rafforzate le misure contro chi attenta al prestigio della razza nei territori dell’Impero.
Ebrei ed ebraismo.
Il Gran Consiglio del Fascismo ricorda che l’ebraismo mondiale – specie dopo l’abolizione della massoneria – è stato l’animatore dell’antifascismo in tutti i campi e che l’ebraismo estero o italiano fuoruscito è stato –in taluni periodi culminati come nel 1924-25 e durante la guerra etiopica- unanimemente ostile al Fascismo.
L’immigrazione di elementi stranieri – accentuatasi fortemente dal 1933 in poi – ha peggiorato lo stato d’animo degli ebrei italiani, nei confronti del Regime, non accettato sinceramente, poiché antitetico a quella che è la psicologia, la politica, l’’nternazionalismo d’Israele.
Tutte le forze antifasciste fanno capo ad elementi ebrei; l’ebraismo mondiale è, in Spagna, dalla parte dei bolscevici di Barcellona.
Il divieto di entrata e l’espulsione degli ebrei stranieri.
Il Gran Consiglio del Fascismo ritiene che la legge concernente il divieto d’ingresso nel Regno degli ebrei stranieri non poteva più oltre essere ritardata, e che l’espulsione degli indesiderabili – secondo il termine messo in voga e applicato dalle grandi democrazie – è indispensabile.
Il Gran Consiglio del Fascismo decide che oltre ai casi singolarmente controversi che saranno sottoposti all’esame dell’apposita commissione del Ministero dell’Interno, non sia applicata l’espulsione degli ebrei stranieri i quali:
a) abbiano un’età superiore ai 65 anni;
b) abbiano contratto un matrimonio misto italiano prima del 1° ottobre XVI.
Ebrei di cittadinanza italiana.
Il Gran Consiglio del Fascismo, circa l’appartenenza o meno alla razza ebraica, stabilisce quanto segue:
a) è di razza ebraica colui che nasce da genitori entrambi ebrei;
b) è considerato di razza ebraica colui che nasce da padre ebreo e da madre di nazionalità straniera;
c) è considerato di razza ebraica colui che, pur essendo nato da un matrimonio misto, professa la religione ebraica;
d) non è considerato di razza ebraica colui che è nato da un matrimonio misto, qualora professi altra religione all’infuori della ebraica, alla data del 1° ottobre XVI.
Discriminazione tra gli ebrei di cittadinanza italiana.
Nessuna discriminazione sarà applicata – escluso in ogni caso l’insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado – nei confronti di ebrei di cittadinanza italiana – quando non abbiano per altri motivi demeritato – i quali appartengano a:
1) famiglie di Caduti nelle quattro guerre sostenute dall’Italia in questo secolo: libica, mondiale, etiopica, spagnola;
2) famiglie dei volontari di guerra nelle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola;
3) famiglie di combattenti delle guerra libica, mondiale, etiopica, spagnola insigniti della croce al merito di guerra;
4) famiglie di Caduti per la Causa Fascista;
5) famiglie dei mutilati, invalidi, feriti della Causa Fascista;
6) famiglie di fascisti iscritti al Partito negli anni 19-20-21-22 e nel secondo semestre del 24 e famiglie di legionari fiumani;
7) famiglie aventi eccezionali benemerenze che saranno accertate da apposita commissione.
Gli altri ebrei.
I cittadini italiani di razza ebraica, non appartenenti alle suddette categorie nell’attesa di una nuova legge concernente l’acquisto della cittadinanza italiana, non potranno:
a) essere iscritti al Partito Nazionale Fascista;
b) essere possessori o dirigenti di aziende di qualsiasi natura che impieghino cento o più persone;
c) essere possessori di oltre cinquanta ettari di terreno;
d) prestare servizio militare in pace e in guerra.
L’esercizio delle professioni sarà oggetto di ulteriori provvedimenti:
Il Gran Consiglio del Fascismo decide inoltre:
1) che agli ebrei allontanati dagli impieghi pubblici sia riconosciuto il normale diritto di pensione;
2) che ogni forma di pressione sugli ebrei, per ottenere abiure, sia rigorosamente repressa;
3) che nulla si innovi per quanto riguarda il libero esercizio del culto e l’attività delle comunità ebraiche secondo le leggi vigenti;
4) che, insieme alle scuole elementari, si consenta l’istituzione di scuole medie per ebrei.
Immigrazione di ebrei in Etiopia.
Il Gran Consiglio del Fascismo non esclude la possibilità di concedere, anche per deviare la immigrazione ebraica dalla Palestina, una controllata immigrazione di ebrei europei in qualche zona dell’Etiopia.
Questa eventuale e le altre condizioni fatte agli ebrei, potranno essere annullate o aggravate a seconda dell’atteggiamento che l’ebraismo assumerà nei riguardi dell’Italia fascista.
Cattedre di razzismo.
Il Gran Consiglio del Fascismo prende atto con soddisfazione che il Ministro dell’Educazione Nazionale ha istituito cattedre di studi sulla razza nelle principali Università del Regno.
Alle Camicie Nere.
Il Gran Consiglio del Fascismo, mentre nota che il complesso dei problemi razziali ha suscitato un interesse eccezionale nel popolo italiano, annuncia ai fascisti che le direttive del Partito in materia sono da considerarsi fondamentali e impegnative per tutti e che alle direttive del Gran Consiglio devono ispirarsi le leggi che saranno sollecitamente preparate dai singoli Ministri.
LE LEGGI ANTIEBRAICHE DELL’ITALIA FASCISTA 1938-1943
Michele Sarfatti,
Relazione al corso di aggiornamento insegnanti,
Pesaro, lss Marconi, 15 ottobre 2000
La decisione del fascismo di introdurre una legislazione antiebraica maturò tra la fine del 1935 e il 1936. Secondo alcuni studiosi, i motivi di essa risiederebbero nel desiderio di Benito Mussolini di eliminare una vistosa differenza con la Germania nazista; invece Mussolini decise quella svolta proprio per colpire gli ebrei, ‘colpevoli’ di mantenere una propria diversità rispetto a una nazione sempre più totalitariamente fascista (e cattolica).
Tra la fine del 1936 e l’inizio del 1938, mentre la stampa intensificava la polemica contro gli ebrei, il governo completò il loro allontanamento dalle principali cariche pubbliche nazionali a designazione politica (tranne i deputati, che erano stati scelti nel 1934 da Mussolini stesso, e i senatori, che erano stati nominati dal re). Successivamente, tra febbraio e novembre 1938, Mussolini si impegnò nell’elaborazione della normativa persecutoria concreta: dapprima egli propose di applicare una persecuzione parziale, ossia imperniata sul sistema “proporzionale” o del numerus clausus e sulla esenzione degli ebrei aventi “meriti” bellici o fascisti; in settembre indurì la propria impostazione e abbandonò il sistema “proporzionale”, mantenendo solo quello delle esenzioni per i “benemeriti”; infine, nella seconda metà di ottobre, decise di limitare drasticamente i benefici delle esenzioni, tanto che la persecuzione introdotta può essere definita generalizzata (e non più parziale).
Per sette anni l’Italia fascista fu un paese ufficialmente e concretamente antisemita; più precisamente, dapprima (fino al 25 luglio 1943) si ebbe la “persecuzione dei diritti degli ebrei”, e poi (dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945) la “persecuzione delle vite degli ebrei”.
Il periodo della persecuzione dei diritti può essere convenzionalmente fatto iniziare il 14-15 febbraio 1938, quando il ministero dell’Interno (retto da Mussolini) dispose il censimento della religione professata dai propri dipendenti. Successivamente, effettuato un censimento generale degli ebrei ad impostazione razzista (22 agosto 1938) ed emanate alcune dichiarazioni politiche (il documento Il fascismo e i problemi della razza del 14 luglio, la Dichiarazione sulla razza del Gran consiglio del fascismo del 6 ottobre), vennero decisi: l’espulsione degli ebrei dalle scuole (2 settembre 1938), il divieto di matrimoni “razzialmente misti”, l’espulsione degli ebrei dagli impieghi pubblici e dal Partito nazionale fascista e la limitazione del loro diritto di proprietà (7-10 novembre 1938), la loro espulsione totale dall’esercito e dal complesso delle attività culturali (fine 1938), la loro progressiva emarginazione dalle altre attività lavorative (dal 1939 in avanti), ecc. La definizione giuridica di “ebreo” poggiava su basi razziste e non religiose o culturali. Vennero assoggettate alla persecuzione circa 51.000 persone, di esse 46.656 erano effettivamente ebrei e circa 4.500 erano non-ebrei-classificati-di-razza-ebraica.
Parallelamente, venne decisa l’espulsione dalla penisola della maggior parte degli ebrei stranieri (1 settembre 1938), e venne comunicato all’Unione delle comunità israelitiche italiane che anche gli ebrei italiani dovevano lasciare il Paese entro pochi anni (9 febbraio 1940). Il regime intendeva “liberare” l’Italia da tutti gli ebrei. La nuova guerra e la sua progressiva estensione mondiale resero tale obiettivo impraticabile. Così, al momento dell’ingresso dell’Italia nel conflitto (10 giugno 1940) venne deciso l’internamento degli ebrei italiani giudicati maggiormente pericolosi e degli ebrei stranieri cittadini di stati alleati all’Italia dotati di una politica antisemita (si trattava di perseguitati che non avevano lasciato la penisola prima dell’inizio della guerra e poi di ebrei non italiani trasferiti nella penisola da altre zone del Mediterraneo sotto controllo italiano); successivamente venne istituito il lavoro obbligatorio per alcune categorie di ebrei italiani (maggio 1942), venne deciso di istituire dei veri e propri campi di internamento e lavoro obbligatorio per tutti gli ebrei italiani abili (maggio-giugno 1943), iniziò un processo di revisione del trattamento degli ebrei stranieri (proprio il 25 luglio 1943 il gabinetto del Ministero dell’interno invitò la Direzione di polizia a trasferire in provincia di Bolzano i 2000 internati -dei quali 1600 ebrei stranieri- del campo calabrese di Ferramonti). Fu lo sbarco degli Alleati in Sicilia con la conseguente (prima) defenestrazione di Mussolini a determinare la mancata concretizzazione delle ultime decisioni.
Durante i “quarantacinque giorni” dell’estate 1943, Badoglio revocò alcune misure persecutorie di carattere minore, e solo dopo l’8 settembre, mentre nell’Italia centrosettentrionale il Terzo Reich e la Repubblica sociale italiana perseguitavano ormai le vite stesse degli ebrei, il Regno d’Italia accolse la richiesta degli Alleati di abrogare il complesso della normativa antiebraica.
I divieti e le esclusioni varati nel corso del quinquennio 1938-1945 contro gli “appartenenti alla razza ebraica” riguardarono tutti gli ambiti della vita sociale.
Moltissimi altri divieti furono imposti agli Ebrei. Fu loro privata la loro libertà sotto ogni punto di vista.
Questa la situazione Italiana.
In Germania:
La Germania nazista e la Shoah
Da Marcello Pezzetti, Lo sterminio degli ebrei.
Indicazioni per gli insegnanti, in Le storie estreme del Novecento. Il problema dei genocidi e il totalitarismo, Atti del seminario ministeriale residenziale per docenti di storia, Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Varese, 2001
La Shoah rappresenta la messa in opera, nella moderna Europa, di un gigantesco approccio politico, economico, industriale, al servizio di un solo obiettivo: lo sterminio del popolo ebraico. Ci troviamo di fronte ad uno stato nel pieno delle sue funzioni, la Germania nazista, che utilizza proficuamente tutto il suo apparato burocratico, le sue risorse naturali per un obiettivo che naturale non è, che è ben al di là di ogni limite di una morale condivisa non solo nell’era moderna.
Si tratta di una catastrofe inedita nella civiltà umana, conseguentemente non possiamo esimerci dall’interrogarci sia sulle cause che l’hanno determinata, sia sulle modalità attraverso cui è stata realizzata.
E’ dunque necessario dare uno spazio primario al racconto dei fatti, alla conoscenza degli avvenimenti. L’informazione puntuale e circostanziata è infatti indispensabile innanzitutto per superare le impressioni generiche acquisite nei modi e attraverso i canali più vari, solitamente estremamente superficiali (si pensi a certe trasmissioni televisive caratterizzate dalla ricerca ossessiva della spettacolarità), inoltre per contrastare pregiudizi più o meno consolidati o per evitare che se ne formino di nuovi, infine perché di fronte ad un evento così estremo si deve evitare un sovraccarico di risonanze emotive che porta inevitabilmente a proiettare quegli avvenimenti in una dimensione “metastorica”.
Il processo di distruzione di concretizzò in tre fasi.
A. La prima fase è quella compresa tra il 1933 e il 1939.
La politica nazista in questo periodo si pose come obiettivo la soluzione dell’emigrazione e fu caratterizzata dal passaggio dell’antisemitismo dalla potenza all’atto. Hitler procedette con cautela e per tentativi, perché era fortemente limitato dall’opinione internazionale. Dunque i primi passi compiuti dal regime servirono a controllare le reazioni sia degli ebrei sia della popolazione tedesca, con un occhio particolare per quelle al di fuori del Reich.
Il primo passo consistette nel boicottaggio delle attività economiche ebraiche, avvenuto il 1° aprile 1933. Esso, tuttavia, non ottenne gli effetti che il regime si aspettava: produsse infatti una sostanziale indifferenza da parte della popolazione tedesca e, per di più, suscitò una sensibile reazione all’estero (oltre 50.000 sfilarono per le strade di Londra in segno di protesta contro il boicottaggio).
Hitler, come rileva Saul Friedländer, scelse conseguentemente una condotta che, in relazione alle attività antiebraiche, sarebbe stata una costante, ovvero un compromesso tra l’atteggiamento radicale del partito e quello più moderato dei conservatori, col risultato che l’opinione pubblica aveva l’impressione che non fosse lui ad occuparsi dei dettagli operativi. Questo rappresenta anche la sintesi della sua costante tattica politica: l’odio per gli ebrei costituì certamente la sua principale forza propulsiva, tuttavia egli fu costretto a frenare pubblicamente il suo istinto per ragioni di opportunismo politico.
Il secondo passo, ma il primo come importanza, avvenne il 7 aprile 1933, qualche giorno dopo il boicottaggio, con l’emanazione delle “Leggi sulla restaurazione dei pubblici funzionari di carriera”, perché esse sancivano l’esclusione degli elementi “particolarmente inaffidabili” e degli ebrei, ma soprattutto perché contenevano la prima definizione giuridica di “non ariano” (“chiunque discende da genitori e da nonni non ariani ed ebrei in particolare”). Era dunque sufficiente che uno solo dei genitori e dei nonni non fosse ariano per definire un individuo “non ariano”. Questa definizione fornì il punto di partenza per tutte le persecuzioni successive, sia degli ebrei sia degli zingari. Il destino di questi due gruppi da questo momento incominciò ad intersecarsi. In base a questa legge vennero via via emanate delle disposizioni volte a colpire varie categorie all’interno della comunità ebraica tedesca, incominciando dai giuristi, dai medici, per arrivare fino al mondo della scuola (il 25 aprile 1933 si decise che il numero complessivo degli studenti ebrei non potesse superare il 5% del totale). Si toccarono poi i settori dell’agricoltura, del giornalismo e persino dello sport, con l’arianizzazione delle palestre tedesche, decretata il 24 maggio.
Il 14 luglio 1933 venne promulgata la legge sulla sterilizzazione, che poteva essere applicata contro la volontà del soggetto da sterilizzare (alla fine della guerra sarebbero state almeno 400.000 le persone sottoposte a questa pratica inumana). Questa legge è particolarmente rilevante perché pose le basi della successiva “operazione eutanasia”. Ora, la mancata reazione all’applicazione di tutte queste disposizioni antiebraiche dimostra l’esistenza di un abbandono progressivo degli ebrei da parte della cosiddetta “società civile”.
Da parte loro gli ebrei non presero immediatamente coscienza del pericolo rappresentato dall’antisemitismo nazista, ne è prova il fatto che le cifre dell’emigrazione ebraica siano state relativamente basse. Essi ritennero più opportuno attendere in patria la fine di quel periodo giudicato terribile ma momentaneo. Dal 1933 al 1937 emigrarono solo 120.000 ebrei su un totale di 525.000, anche perché l’onere finanziario di questa operazione era pressocchè insostenibile.
Nel 1935, dopo una violenta campagna di propaganda antiebraica, vennero emanate le “leggi di Norimberga”, che sancirono, per la prima volta nella storia, l’isolamento “biologico” degli ebrei dal resto della popolazione. Le conseguenze di questa decisione presa su basi biologiche portarono all’esclusione della popolazione ebraica dalla vita sociale: dal 14 novembre vennero revocati tutti i diritti civili, compreso quello di voto, vennero licenziati tutti gli impiegati statali, i professori universitari, gli insegnanti, i medici e gli avvocati che erano ancora rimasti ai loro posti grazie alla dispensa dall’esonero obbligatorio, così come vennero vietati i matrimoni misti, anche tra i “Mischlinge” (“misti”). Ma soprattutto, e ciò indica il “quid” dell’antisemitismo biologico, vennero proibiti i contatti sessuali, con l’introduzione della “Rassenschande” (il “delitto contro la razza”). Le persone colpite furono 502.000 ebrei “puri” e 200.000 “Mischlinge”.
Nell’arco di questa prima fase, il 1938 fu un anno focale per tre ragioni:
1) fu l’anno dell’Anschluß (l’annessione dell’Austria), per cui tutte le misure antiebraiche promulgate in sei anni in Germania vennero in un solo istante automaticamente introdotte in questa nazione, rendendola un enorme banco di prova per il futuro.
2) si assistette al fallimento dei vari tentativi internazionali per arrivare ad una “soluzione” del problema: oltre al fallimento della Società delle Nazioni, naufragò, in luglio, la Conferenza di Evian, che avrebbe dovuto portare ad una soluzione internazionale del problema dei rifugiati e ciò permise ad Hitler di procedere in modo determinato nell’attuazione dei suoi piani (a questo proposito va ben evidenziato il fatto che pochi mesi dopo, nell’aprile del 1939, l’Inghilterra avrebbe chiuso le porte della Palestina ai rifugiati ebrei).
3) avvenne lo scatenamento della prima concreta manifestazione di attentati ai beni e alla stessa vita degli ebrei: la “Pogromnacht” (solitamente definita “Kristallnacht” –“notte dei cristalli”-), che decretò la fine degli atti spontanei antisemiti e diede alla burocrazia nazista la certezza che il popolo tedesco nel suo insieme stava reagendo favorevolmente alla politica antiebraica. Essa fu seguita da una nuova ondata di disposizioni discriminatorie, tra le quali l’espulsione generalizzata degli studenti.
B. La seconda fase è quella compresa tra il 1939 e il 1941 ed è caratterizzata dallo scoppio della seconda guerra mondiale.
Per gli ebrei polacchi l’occupazione da parte dell’esercito tedesco del territorio in cui vivevano fu una trappola che si chiuse. Occorre innanzitutto sottolineare che la Polonia era stata spartita in due parti diseguali, per cui la quasi totalità della popolazione ebraica finì sotto il dominio nazista. Tutte le disposizioni antiebraiche, poi, introdotte nel territorio del Reich in nove anni di regime nazista entrarono qui in vigore immediatamente e ciò per due ragioni: perché in questo territorio si superarono le complicazioni della burocrazia berlinese e, dunque, non ebbero ragione di esistere le “eccezioni” come era avvenuto nel Reich (si pensi per esempio alla posizione degli ebrei decorati durante la prima guerra mondiale) e, in secondo luogo, perché i nazisti non furono “frenati” nella loro azione distruttrice dal fatto che alcune misure potessero comportare dei torti per la stessa popolazione polacca.
Nella scia delle colonne corazzate della Wermacht avanzarono delle truppe speciali della Polizia di Sicurezza (SIPO e SD) con il compito di far scoppiare dei veri e propri pogrom (“Einzelaktionen”) in ogni città polacca che vedesse la presenza di una comunità ebraica. La prima “Aktion” avvenne il 14 settembre 1939, quando 50 ebrei vennero uccisi in una sinagoga senza ragione.
Da subito, il 21 settembre 1939, Heydrich decise di “ripulire” dagli ebrei le regioni maggiormente germanizzate, almeno inizialmente, con le emigrazioni forzate: Danzica, la Prussia occidentale, Pozna_, l’Alta Slesia orientale, ovvero le regioni che stavano diventando “territorio incorporato”, cioè sottomesso direttamente all’amministrazione del Reich. Gli ebrei ivi residenti avrebbero dovuto rifugiarsi in Polonia Centrale, che sarebbe diventata “Governatorato Generale” e qui essere concentrati all’interno delle città o in agglomerati situati in prossimità di nodi ferroviari. La popolazione che aveva abitato i territori incorporati sarebbe stata rimpiazzata da “Volksdeutschen” (“tedeschi etnici”). L’uno dopo l’altro, senza una pianificazione stabilita, i treni arrivarono nel Governatorato Generale e gli ebrei deportati vennero spediti verso l’Est, per cui sorse l’idea di fare del distretto di Lublino una “Judenreservat” (“riserva ebraica”), ma questa fase durò solo pochi mesi, per le difficoltà pratiche che ne seguirono. Agli ebrei fu assegnata una residenza coatta in seno alle comunità ebraiche esistenti, in un territorio dove, però, molte città erano già diventate praticamente dei ghetti, si pensi solo a Lublin, che ricevette circa 50.000 ebrei, fra cui un sesto della comunità di Vienna (Veith Harlan girò qui una parte del film antisemita “Jud Süss”).
In generale, le espulsioni costituirono delle misure temporanee in vista degli obiettivi successivi e definitivi, il primo dei quali fu il concentramento della popolazione attraverso la riesumazione di una forma di discriminazione di vecchia memoria: il ghetto.
Il processo di ghettizzazione fu preparato da tre misure:
1) il 23 novembre 1939 dall’introduzione di un “marchio di riconoscimento”, lo “Judenstern” (“Stella di Davide”), per tutti gli ebrei al di sopra dei dodici anni;
2) dalla limitazione del soggiorno;
3) dall’istituzione dei “Consigli ebraici”, gli “Judenräte”.
Tutte le comunità ebraiche furono obbligate ad eleggere uno “Judenrat” di dodici membri se composte da meno di 12.000 persone, di 24 membri se composte da un numero maggiore. All’epoca molti consigli funzionavano già, ma il decreto affermava la loro totale dipendenza dall’amministrazione civile appena installata. La loro funzione era quella di trasmettere a tutta la popolazione ebraica gli ordini e i regolamenti tedeschi, di utilizzare una Milizia ebraica e di regolamentare il lavoro coatto, insomma la vita ebraica.
E’ di primaria importanza sottolineare il fatto che gli Judenräte non possano essere considerati come degli organismi “collaborazionisti”, perché l’uso di questo termine comporterebbe il fatto che i tedeschi avessero concesso agli ebrei una certa libertà d’azione o decisionale anche minima, cosa che mai si verificò (cfr. il “Diario” di Adam Czerniaków, Presidente dello Judenrat del ghetto di Varsavia).
Dalla metà del 1940 alla metà del 1941 si svolse la ghettizzazione sistematica a partire dalla città di _ód_.
Città dopo città, le amministrazioni locali adottarono la stessa metodologia:
1) scegliendo l’area
2) dando gli ordini di trasferimento all’improvviso
3) isolando il ghetto istituito.
Vi furono delle rare varianti, come quella di radunare alcune comunità ebraiche di scarsa importanza in piccole città trasformandole interamente in città-ghetto, come nel caso di Szyd_owiece.
Il ghetto era, di solito, una zona di immobili senza terreni liberi né spazi verdi, situato nel centro di una grande città. Solo alcune città, come Varsavia, Radom e Cracovia, costruirono intorno al loro ghetto delle alte mura di stampo medioevale con alcune porte d’ingresso; altrove, come a _ód_, non si installarono che dei reticolati; in altre ancora, come a Lublino, non si poté nemmeno stabilire delle chiusure reali. Anche se non fu sempre possibile isolare i ghetti, tutti gli ebrei dovettero risiedervi, conseguentemente, alla fine del 1941 quasi tutta la popolazione ebraica dei territori incorporati e del Governatorato Generale si trovò così prigioniera.
Il ghetto, tuttavia, rappresentò una temporanea soluzione di un problema territoriale, quello degli ebrei residenti sul territorio polacco. Lo si può considerare come un parcheggio in attesa di una “soluzione definitiva”, ovvero della “Endlösung”.C. La terza fase è quella caratterizzata dallo sterminio fisico ed ebbe inizio nel giugno del 1941 con l’attacco all’Unione Sovietica.
Fu durante la preparazione di questo attacco che Hitler, come sottolinea Hilberg, trasformò le idee fluttuanti del 1940 nella dura realtà del 1941. Fu lui a compiere il passo finale attraverso l’emanazione, non scritta, della direttiva di sterminio. Del resto, gli storici più accreditati (Bauer, Krausnick, Jäckel, Hillgruber, Kershaw, Hilberg) sono concordi nel ritenere che il nazismo poggiasse su due pilastri ideologici: l’idea della conquista del “Lebensraum” (“spazio vitale”) e la necessaria eliminazione degli ebrei e che, in base a questa visione della storia, non si potesse effettuare una spinta verso il “Lebensraum” senza eliminare quella che veniva definita “l’influenza ebraica”. Dunque si può affermare che questa guerra né per la sua natura, né per i suoi obiettivi, né per le modalità con le quali venne condotta, può essere ritenuta una guerra “classica”: essa fu una guerra “razziale” o, più precisamente, una “guerra contro gli ebrei”, secondo la definizione di Lucy Davidowicz.
La Shoah è indissolubilmente legata a questa guerra totale.
Essa ha inizio proprio qui, con l’arrivo delle Einsatzgruppen (“truppe speciali”) in una situazione estrema caratterizzata da una totale mancanza di freni, fatto che avrebbe segnato una rottura nella storia della civiltà.
Anche se le Einsatzgruppen erano delle unità mobili che dipendevano dall’Ufficio Centrale per la sicurezza del Reich (RSHA), la loro azione non sarebbe stata possibile senza l’aiuto della Wermacht, che aveva il diritto di controllo sui loro movimenti, che forniva loro locali, benzina, vettovaglie e mezzi di comunicazione. Dunque queste due forze si accordarono; in caso contrario le grandi comunità ebraiche del Baltico e della Russia Bianca non avrebbero potuto essere annientate in uno spazio di tempo così limitato.
Ma il successo di queste operazioni dipese molto anche dall’atteggiamento della popolazione civile. Ora, come mette in rilievo Hilberg, nella massa dei rapporti delle Einsatzgruppen non si trova menzione di un solo atto in favore degli ebrei. Queste truppe di massacro non godettero semplicemente della passività generale ma trovarono in diverse categorie della popolazione un sostegno importante sotto forma di partecipazione ai Pogrom (si pensi al caso Kovno/Kaunas) e di arruolamento volontario in squadre ausiliarie che collaborarono alle razzie, alle evacuazioni di massa ed anche alle stesse fucilazioni. E dove ciò avvenne, le statistiche ci dicono che la percentuale degli ebrei uccisi fu elevatissima.
Il bilancio delle vittime è stimato tra un milione e cinquecentomila e un milione e ottocentomila.
Purtroppo in Italia non sono ancora apparse le traduzioni degli studi più approfonditi sull’argomento (mi riferisco soprattutto al fondamentale testo di Helmut Krausnick: “Hitlers Einsatzgruppen. Die Truppe des Weltanschauungskrieges 1938-1942”), tuttavia, oltre alle opere tradotte di Browning e Goldhagen, ci si può affidare ad un’antologia di documenti e testimonianze di alto valore didattico: “Bei tempi”, di Klee, Dreßen e Rieß, che dedica ampio spazio al tema e che contiene, tra l’altro, il cosiddetto “Rapporto Jäger”, fondamentale per comprendere il meccanismo delle procedure delle fucilazioni di massa.
Delle operazioni di messa a morte compiute delle Einsatzgruppen esiste un breve filmato, della durata di pochi minuti, di enorme valore storico.
Nel giro di alcuni mesi, però, fu evidente che questa tecnica di messa a morte di massa non avrebbe potuto essere esportata in Polonia per l’uccisione degli ebrei rinchiusi nei ghetti, né tantomeno in Europa occidentale, sia per motivi di carattere “tecnico”, ovvero lo smaltimento dei cadaveri (a tal fine, infatti, i nazisti furono costretti ad attivare un’operazione –chiamata in codice “Azione 1005”- che prevedeva la riesumazione e la cremazione dei cadaveri degli ebrei sepolti nelle gigantesche fosse comuni), sia per motivi di natura “psicologica”, ovvero per le ripercussioni che questa tecnica omicida aveva sugli stessi soldati tedeschi (questi assassini, nella quasi totalità, erano diventati corrotti, dediti all’alcol e ritenuti non più in grado di condurre una vita “normale”, quindi non più reinseribili nella “comunità nazionale”).
La soluzione che ovviasse ai problemi esposti fu trovata facendo ricorso all’esperienza fatta nel Reich durante l’attuazione di un’operazione strettamente legata alla Shoah: l’“operazione eutanasia”, ovvero l’eliminazione dei “malati di mente”. Questa operazione, chiamata in codice “T4”, ebbe uno sviluppo simultaneo e parallelo rispetto alla “Endlösung” ma con origini e obiettivi diversi: aveva lo scopo di preservare la purezza della Volksgemeinschaft (“comunità nazionale”) ed era legata ad un cinico calcolo di costi-benefici; mentre la seconda sarebbe stata concepita come una lotta definitiva contro un nemico –gli ebrei- ritenuto una minaccia per la stessa sopravvivenza del popolo tedesco.
L’“operazione eutanasia” era partita il 1° settembre 1939 con l’uccisione dei bambini disabili nell’istituto di Brandenburg-Görden attraverso la morte per inedia e l’uso di farmaci (5.000 sarebbero stati alla fine i bambini assassinati). Quando fu la volta degli adulti, venne mesa a punto una nuova tecnologia: la gassazione attraverso l’inalazione di monossido di carbonio, a Brandenburg sull’Havel e in altri cinque centri ubicati nel territorio del Reich, con un bilancio, per difetto, di almeno 80.000 vittime.
Il 24 agosto 1941 Himmler ordinò la sospensione dello sterminio (che però continuò in parte e di nascosto) soprattutto a causa della risonanza pubblica ottenuta dalle uccisioni e, marginalmente, per l’opposizione della Chiesa.
Ora, dopo lo smantellamento delle strutture di messa a morte dei disabili, i funzionari di questa operazione vennero in gran parte inviati nei vari campi di concentramento (KL-Konzentrationslager-) per organizzare l’operazione “14f13”, ovvero l’uccisione dei prigionieri la cui capacità lavorativa era ormai giudicata definitivamente compromessa. Nel resto dei casi questi funzionari e operatori della morte vennero inviati all’Est, in prossimità dei grandi ghetti, per organizzare e mettere in atto su vasta scala lo sterminio di massa degli ebrei rinchiusi. Ecco la genesi dei “campi della morte”, sostanzialmente differenti dai “campi di concentramento”.
Gli ebrei rinchiusi nei ghetti erano nel frattempo convinti di essere prigionieri in una struttura che permettesse loro però di sopravvivere alla guerra –“überleben dem Krieg”-, atteggiamento che si inserisce in una categoria ben conosciuta da un gruppo sociale che ha già vissuto più volte in passato una tradizione di autonomia e di autogestione.
In verità i tedeschi iniziarono proprio nei ghetti un’opera di immenso saccheggio, messa in atto soprattutto da tre categorie:
1) l’esercito, che procedette alla confisca delle imprese ebraiche ritenute di valore per l’economia di guerra;
2) i grandi gruppi industriali, come la IG-Farben;
3) una nuova “classe media”, i “Treuhändler”, ovvero persone che, come Oskar Schindler, acquisirono piccole e medie imprese e sfruttarono la manodopera ebraica.
Via via si assistette ad una riduzione progressiva dello spazio vitale e, dalla primavera del 1942, iniziarono le prime retate e la progressiva liquidazione dei ghetti con la deportazione nei campi della morte della popolazione imprigionata.
Il lavoro fu dunque strutturato con una funzione selettiva: chi veniva deportato andava direttamente alla morte.
Questo durò fino alla primavera del 1943, quando tutti i ghetti, tranne quello di _ód_, furono completamente liquidati, se non rasi al suolo, mentre i pochissimi ebrei rimasti vennero inviati temporaneamente in appositi campi di lavoro, gli “Julag” (“Judenlager”).
I centri di messa a morte erano luoghi in cui un ebreo veniva ridotto in cenere immediatamente dopo il suo arrivo.
Tranne il campo di Che_mno, che iniziò a funzionare alla fine del 1941 e che venne utilizzato per l’uccisione degli ebrei del ghetto di _ód_ attraverso l’inalazione di gas di scarico in camion adattati allo scopo (Gaswagen), tutti gli altri vennero attivati a partire dalla primavera del 1942. Due mesi dopo la “Conferenza del Wannsee” (la riunione, svoltasi il 20 gennaio 1942 sotto la direzione di Reinhard Heydrich, in cui si discusse la risoluzione della politica di sterminio della popolazione ebraica europea), infatti, prese avvio l’”Aktion Reinhard”, ovvero il programma di eliminazione degli ebrei che vivevano nei territori del Governatorato Generale –oltre alla rapina e al riciclaggio dei loro beni- e che erano concentrati in cinque distretti: Varsavia, Radom, Lublino, Cracovia e Lwów –Leopoli-(e in parte anche quelli di Bia_ystok).
Responsabile di tutta l’operazione fu incaricato il capo della Polizia di Lublin, Odilo Globocnik, il quale, con l’aiuto di 90 membri distaccati dalla “T4” –tra i quali Christian Wirth, che sarebbe diventato ispettore-capo dei 3 campi- si assunse il compito di:
a. pianificare le deportazioni e le attività di sterminio
b. costruire i centri di messa a morte
c. coordinare le deportazioni dai vari distretti
d. sovrintendere il meccanismo delle uccisioni di massa degli ebrei
e. organizzare l’appropriazione di tutti i beni ebraici e il loro riciclaggio.
Il quartier generale di tutta l’operazione venne posto a Lublin, dove la zona del vecchio aeroporto (Majdan-Tatarski) venne adattata a luogo di ricezione e trattamento dei vestiti e dei beni delle vittime. Nel distretto venne istituito anche un campo di addestramento per questa operazione: Trawniki. Qui furono addestrati gli uomini di guardia organizzati in “truppe ausiliarie”, soprattutto ukraini ma anche “Volksdeutschen”, chamati in gergo “Hiwi” (diminutivo di “Hilfswillige”) o “Trawniki” (dal nome, appunto, del campo di addestramento).
Il campo di Be__ec fu attivato nel marzo del 1942, Sobibór nell’aprile-maggio dello stesso anno e Treblinka in luglio.
La struttura architettonica dei tre campi era simile e contemplava:
a. una parte riservata per i blocchi di alloggio per il corpo di guardia
b. una parte per lo “scarico” degli ebrei, la cosiddetta “Rampa”
c. uno spazio e una struttura in cui le vittime si dovevano spogliare
d. un passaggio obbligato verso la morte (“Schlauch” –tubo-) attorniato da filo spinato camuffato con dell’edera
e. uno spazio in cui erano poste le installazioni di sterminio, le camere a gas ed una sala dotata di un motore Diesel
f. un ampio spazio per le fosse di seppellimento, prima, e di cremazione a cielo aperto, poi Himmler decise in seguito che un piccolo numero di ebrei dovesse essere momentaneamente risparmiato per essere utilizzato per il lavoro coatto, quindi fu introdotta una “selezione” all’arrivo per cui alcuni gruppi di giovani venivano costantemente inviati nei vari “Julag”, quali Poniatówa, Radom, Dorohucza, Trawniki e Lublino.
Nello stesso periodo in cui incominciava a funzionare Be__ec venne inaugurato il primo impianto di messa a morte col gas a Birkenau (qui il gas utilizzato fu il Zyklon-B, ovvero acido cianidrico), nel complesso concentrazionario di Auschwitz. Birkenau, dotato nel 1942 di due camere a gas con enormi fosse comuni annesse e nel 1943 di quattro “Krematorium” (camere a gas e forni crematori annessi).
Birkenau divenne il più grande centro edificato dai nazisti per l’uccisione della popolazione ebraica europea. Qui furono uccisi gli ebrei provenienti dall’Alta Slesia, dalla Slovacchia, dal distretto di Bia_ystok e di tutta l’Europa occidentale, Italia compresa (dall’autunno del 1943 furono deportati anche gli ultimi ebrei ancora in vita del Governatorato generale così come quelli del ghetto di _ód_).
Similmente ad Auschwitz-Birkenau, un ulteriore campo svolse un’attività “mista”, riunendo al proprio interno la capacità concentrazionaria e quella di sterminio: Majdanek, nei pressi di Lublino.
Che_mno e i tre campi dell’”Aktion Reinhard” furono smantellati prima della fine del 1943, sia perché avevano ormai terminato il loro compito sia perché gli ebrei avevano incominciato ad organizzare un movimento di resistenza –si pensi ai casi di Sobibór e di Treblinka-, Majdanek esaurì la sua funzione “eliminazionista” nel novembre del 1943. Nel 1944 rimase in funzione solo Auschwitz-Birkenau, dove la “selezione iniziale” effettuata sulla Rampa ferroviaria portata all’interno del campo divenne il punto di intersezione tra la ”Endlösung” e il sistema “concentrazionario”. Qui lo sterminio sistematico cessò nel novembre del 1944, solo due mesi prima della liberazione, avvenuta ad opera dell’Armata Rossa il 27 gennaio del 1945.
Non va infine dimenticato l’apporto che gli ebrei diedero al movimento di resistenza al nazismo. Essi furono vittime ma non vittime passive: si opposero al nazismo e portarono contro i nazisti una guerriglia di rilevanti proporzioni, talvolta anche di numero in cifre assolute, che non si esaurì certamente solo con l’eroica rivolta del ghetto di Varsavia.
* * *
Rifletto su ciò che è accaduto e non me ne capacito.
Non posso far altro che pregare per tutte le persone che persero la vita o i loro cari in questo tragico contesto.
Auspicando che l’Universo non sia più teatro di una simile tragedia.
-Deny-





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